Neoprimitivi: rituali di musica libera

Il live dei Neoprimitivi all’Arci Bellezza di Milano si è rivelato un rituale pagano, un orgia di suoni e di influenze senza limiti e confini

Abbandonarsi alle suggestioni

Il palco della Palestra Visconti (si, quella famosa che è stata la scenografia del capolavoro “Rocco e i suoi fratelli”) è un contesto amabilmente poetico per il rituale dei Neoprimitivi, la band romana dall’indole libera e sperimentale, amanti del kraut rock che scivolano senza paura dei confini nei territori del psych-rock, jazz, funk, prog, elettronica (e un caleidoscopio di suoni di cui solo l’improvvisazione ne potrà gestire i limiti).

Il cinema infatti vive nei riferimenti sia del primo album “Orgia mistero” (2025) che del secondo “Il sangue è pronto” (2026), pubblicati da 42 Records, lavori i cui semi nascono in sonorizzazioni di film di genere, la fantascienza nel primo e l’horror cult degli anni Settanta per il secondo.

La formazione vede all’opera sei musicisti e una bella schiera di strumenti musicali vari che insieme affollano la scena. Sono Andrea Gonnellini, Martino Petrella, Pietro Rianna, Flavio Gonnellini, Giacomo O’Neil ed Emilia Wesolowska.

Tutti portano addosso (tranne Emilia) una camicia militare che mi ha ricordato tanto l’iconica giacca M65, indossata in alcuni film leggendari dai personaggi di iconici outsider, quelli fuori dagli schemi, come la band e l’attitudine che porta avanti.

La dimensione richiesta al pubblico stasera a Milano al Bellezza è di abbandonarsi totalmente alle suggestioni sonore della loro atmosfera magnetica, curata nel dettaglio anche attraverso i visual, seguendo le variazioni del ritmo e l’intensità, i silenzi e le poche parole (incantesimi?) oscure ed enigmatiche. Gli echi e i riferimenti che mi arrivano all’ascolto sono i più disparati, pescando qua e là tra musica e cinema: dai Velvet Underground ai Talking Heads, da David Lynch a quel Battiato da cui hanno tratto il nome.

D’altra parte i Neoprimitivi anche fuori dalla dimensione live non procedono per canzoni e album ma per singoli che durano venti minuti divisi in movimenti e album composti di suite integrali di trentotto minuti, come se fossero immunizzati rispetto alla cronica mancanza di attenzione delle persone e alle logiche delle piattaforme di streaming.

Lasciano la curiosità di sapere cosa ci riserveranno le loro future esplorazioni.

Altre storie
#suonateacasa: KIM “Honey” live