Palazzo di Giustizia: nelle viscere dei tribunali con Chiara Bellosi

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Palazzo di Giustizia, opera prima di Chiara Bellosi, è un film coraggio, interpretato magistralmente da Daphne Scoccia. Un’opera che mette a nudo il lato umano, sempre taciuto, di chi anche suo malgrado si trova a popolare i corridoi e le aule dei tribunali.

Il tribunale è uno di quei luoghi che abbiamo la sensazione di conoscere, come il cortile dove siamo cresciuti anche quando non ci abbiamo mai messo piede. Quasi come le strade di New York che ci sembrano familiari quando le vediamo per la prima volta perché le abbiamo attraversate migliaia di volte nei film. Anche il tribunale fa parte del nostro immaginario cinematografico, la legge si consuma giornalmente inesorabile, ci sono i buoni e i cattivi, c’è chi ha sbagliato e chi ha subito, ci sono le toghe degli avvocati, le divise dei poliziotti, legittime difese e impunità inaspettate. In un tribunale completamente ricostruito per esigenze di set, Chiara Bellosi con il suo Palazzo di Giustizia ci mostra cosa succede appena fuori dalle aule, chi abita i corridoi dei tribunali che sembrano a prima vista luoghi di transizione e attesa ma che diventano luoghi di memorie indelebili e permanenze emotive per chi sa che il proprio destino sta per cambiare.

Un giro di giostra

Dopo un caso di rapina ad un benzinaio la macchina, o meglio la giostra, della legge si mette in moto. Perché se una macchina ti porta da qualche parte, una giostra ti alletta mostrandoti il panorama degli scenari possibili, ti promette giustizia e poi ti inghiotte nel suo moto senza destinazione. Ed è in questo moto senza destinazione che i personaggi principali si trovano loro malgrado coinvolti. I freddi marmi dell’edificio si fanno simbolo della rigidità dei riti e delle posizioni di un’istituzione preposta alla tutela dall’ingiustizia e dalla violenza ma che invece, inciampando nei lacci delle proprie scarpe, fatica a tracciare la linea tra il bene e il male.

Dai corridoi, dagli sguardi e dai dettagli della cinepresa viene fuori un limbo annichilente che sfugge spesso all’attenzione, presi come siamo a decidere dove sta la ragione. La stupenda interpretazione di Daphne Scoccia nei panni di Angelina, la moglie dell’imputato, costringe a guardare in faccia cosa succede a chi viene toccato da questa macchina enorme che non ti lascia altra scelta che subire.

Daphne Scoccia

Hanno tutti ragione

Mostrare una prospettiva inusuale è sempre un atteggiamento prezioso. Non è un vezzo narrativo ma un’imperdibile occasione di utilizzo dell’empatia. Perché si arriva a rapinare? Cosa scatta nella mente di chi si difende, dove finisce la legittima difesa e dove inizia l’attacco?

Il trailer di Palazzo di Giustizia

L’intento del film è proprio quello di offrirci un incoraggiamento alla riflessione empatica prima di aggredire, prima di giudicare, prima di credere di sapere. Nessuno dei personaggi ha un ruolo definito, le loro motivazioni e le loro opinioni si intrecciano confondendo il profilo della narrazione di cronaca. E’ un’assuefazione al giudizio facile e veloce quella che stiamo ereditando da questi ultimi decenni di comunicazione politica giustizialista. Fermarsi un attimo, non generalizzare, non sentire il bisogno di intervenire a tutti i costi nel dibattito, sono abitudini che collettivamente potrebbero portarci ad essere persone più comprensive della natura umana e della sua debolezza e può venirne fuori solo qualcosa di buono.

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