Paolo Benvegnù: l’odio innocente e l’innocenza che odia

Paolo Benvegnù, uno degli autori italiani più personali, intimi e poetici, con il suo nuovo album “Dell’odio dell’innocenza” riflette sulle infinite sfumature degli umani sentimenti, sulle contraddizioni della vita, sulle attese, sui silenzi assordanti e sulla differenza fra esistenza e percezione. Un disco che, come sempre, traccia un ponte fra musica, filosofia e letteratura

Paolo Benvegnù e la ricerca furibonda del senso dell’esistenza

Dell’odio dell’innocenza. Anche l’innocenza può essere violenta e divisiva, cinica e senza pudore. Così come l’odio può essere innocente nel suo essere diretto, sincero, senza filtri. Ogni linea di demarcazione tracciata fra i sentimenti e gli stati d’animo è solo un tentativo di razionalizzazione. Il riflesso di un’esigenza di semplificazione che, per quanto umana, rischia di non afferrare la profondità delle sfaccettature di una realtà. Paolo Benvegnù con il suo nuovo album apre una riflessione sulla natura dell’essere umano, sull’alterazione delle percezioni. Un disco complesso, violento nella sua sincerità, innocente nella sua totale assenza di filtri. Una spudoratezza che porta il cantautore ad affermare in “Infinito 1” come “il mondo che vedete non esiste” e che subito dopo lo porta a dubitare, a tremare davanti ad uno sguardo che può annientare e ricostruire la realtà (“Guardami negli occhi come se non ci fosse niente” – “Infinito 3”).

Ed è in questa assenza di linee di demarcazione che si rivela anche il titolo dell’album: “Innocenza non è in accezione positiva, odio non è in accezione negativa. L’innocenza è strettamente legata alla cecità. Volevo semplicemente far capire quanto, per le modalità con le quali la promulghiamo, non sia diversa dall’odio. La vera innocenza è quella che non si basa sulle cose e io ne sono lontanissimo”.

Paolo Benvegnù
Paolo Benvegnù

“Dell’odio dell’innocenza” è innanzitutto un disco-bussola, una mappa stracciata che Benvegnù prova a incollare nuovamente per trovare la sua rotta. “Questo album, come tutti quelli che realizzo, è un tentativo di cercare me stesso, senza trovarmi mai. Fra l’altro, però, sotto questo punto di vista c’è tanta verità e tanta purezza, c’è tanta adolescenza ancora in me. Sono ancora un uomo in formazione”.

Un disco anche “cattivo” nel suo essere sincero e senza filtri, nel suo sputare in faccia affermazioni nichiliste per invitare a riflettere (“Tutto quello che vedi non esiste” – “La nostra vita innocente”), ad aprirsi al dubbio e alla ricerca. “Sarò veramente libero soltanto quel giorno in cui riuscirò a sublimare l’indignazione. Fino a quel momento sarò ancora alla ricerca schiumosa e furibonda delle cose”.

Il silenzio e il rumore

“Dell’odio dell’innocenza” è un disco che parla di desiderio. E di irrealizzabilità. Di tentativi falliti, evaporati, distrutti come un “incendio che grida” (“Nelle Stelle”). “Ho un’età e un’esperienza per capire che non si può volere nulla . Si può soltanto tendere a qualcosa, ammesso e non concesso che sia desiderio puro. Il mio desiderio puro in questo caso è che tutto sia casuale”.

Una casualità che non è caos, ma libertà, una libertà simile a quella degli “Animali di superficie” per i quali “la costruzione è non costruire niente, tutto raggiunto e tutto da inseguire”. Una libertà che porta Paolo a perorare la “causa delle pietre”. “Più conosco gli umani più capisco le pietre è un’affermazione dura, ma o amo molto gli esseri umani. Mi deludono, spesso, ma io stesso spesso mi deludo. Non è una cosa relativa alla specie, ma all’impossibilità di essere parte di quello che viviamo”.

Paolo Benvegnù
Paolo Benvegnù

Un disco urlante, seppur non urlato, duro nei suoi toni musicali morbidi, che si chiude con un brano “Infinitoalessandrofiori” che diventa un elogio del silenzio, una celebrazione immobile dell’illusione di essere immortali. “Non importa se non parli, perché questo silenzio è solo tuo. E mio”. “Il silenzio che noi viviamo è già rumore, è già un rumore elettrico, mi è capitato alle volte di avere la possibilità di sentire un silenzio talmente denso che mi sembrava davvero metafisico”. Metafisico come un odio innocente. O un’innocenza che odia.

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