Musica e il resto twerkare?

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di Chiara Fiumi

“Non ho capito in che modo twerkare vuol dire lottare contro il patriarcato”. Nella sua “Mai dire mai (La Locura)”, brano presentato sul palco di Sanremo 2021, Willie Peyote ha anche fatto un riferimento al patriarcato e al twerkare.

Una frase, fra tante nella canzone, che occorre approfondire.

Ma partiamo dal contesto: la lettura più comune è stata quella di una critica. Un critica sulla falsa righe di quella storia, sempre attuale, che recita: “il femminismo è solo una scusa che usi per spogliarti / fare la troia /cercare attenzioni” o altre creative varianti. Questo ha fatto incazzare le femministe (e i femministi), e a ragione. La retorica secondo cui, per portare avanti le tue battaglie ed essere presa sul serio, devi fare certe cose – ma sopratutto non farne altre – è ancora diffusa e ben radicata, e quindi pericolosa.

Con questo verso, che lo volesse o no, Willie Peyote gli ha fatto un assist enorme.

Willie Peyote a Sanremo

Ma, guardando al senso che l’autore intendeva dare alla frase, si vede come non sia esattamente quello che è arrivato.
Citando qualche intervista sparsa:

Rockit:
“Io non ce l’ho mica col twerk, ci mancherebbe altro, mi viene il dubbio che farlo sul palco di Sanremo non sia davvero questo simbolo di lotta al patriarcato.”

Il riferimento al solo contesto di Sanremo dovrebbe essere chiarito dalla citazione, che precede il verso incriminato, alle “brutte intenzioni” e tutto l’episodio Morgan-Bugo.

RollingStone:
“Non ce l’ho con quello stile di danza o con la Lamborghini, ma punto il dito sul fatto che twerkare a Sanremo non può trasformarti in un simbolo di lotta, soprattutto se vivi nel privilegio da quando sei nata.”

Sopra Le Righe:
“[Parlando di Elettra Laborghini] io mi sono solo posto questo quesito: siamo sicuri che lei volesse essere un simbolo militante?- […]Mi rendo conto che sembra che io sto dicendo agli altri che simboli devono scegliersi. No. Io non dico niente a nessuno, ma io mi sono fatto una domanda: -mi spiegate perché quella roba lì deve diventare un simbolo militante?”.

Foto Matteo Rasero/LaPresse 05 Febbraio 2020 Sanremo, Italia spettacolo Festival di Sanremo 2020, seconda serata. Nella foto: Elettra Lamborghini Photo Matteo Rasero/LaPresse February 05th, 2020 Sanremo, Italy entertainment Sanremo music festival 2020, second evening. In the photo: Elettra Lamborghini

Che, in un momento in cui il commodity feminism (o pinkwashing, come preferito chiamarlo) è ovunque, può anche essere un dubbio lecito. Quindi proviamo a rispondere.

In che modo twerkare vuol dire lottare contro il patriarcato?

Il patriarcato decide cosa le donne dovrebbero o non dovrebbero fare con il proprio corpo, e punisce chi non resta dentro i canoni. Ma cosa fare con il proprio corpo dovrebbe sceglierlo ogni donna, in autonomia. Quindi, se ti hanno sempre detto che una parte del tuo corpo non dovresti mostrarla – tanto meno agitarla – e se lo farai verrai oggettificata e te lo sarai pure meritata, farlo lo stesso e fregarsene ha un valore politico. Ha il valore di riprendersi uno spazio, una narrazione e il controllo sui propri corpi e tutte le loro parti. Farlo a Sanremo – che ha una solida tradizione di commenti che si concentrano più sui corpi e sui vestiti delle artiste che sulle loro esibizioni, brani e talento dicendo “chissenefrega, io voglio twerkare su quel palco e lo farò lo stesso” è potente e politico.

Che avesse l’intenzione di esserlo, o che Elettra Laborghini lo abbia fatto solo pensando a quello che a lei andava di fare, e alle conseguenze che avrebbe avuto su di lei. Poi siamo tutte e tutti consapevoli che ha potuto farlo anche perché è Elettra Laborghini e ha alle spalle una rete di sicurezza che non tutte le altre donne hanno. Anzi, che quasi nessu’altra donna ha. Questo è uno dei mille motivi per cui è importante che il femminismo sia intersezionale, ma non toglie significato all’evento.

Elettra Lamborghini e Myss Keta a Sanremo

Detto tutto questo, se le parole di Willie sono arrivate prevalentemente come critica e non come dubbio, ovvero nel modo in cui lui le aveva pensate, è un problema di scrittura debole.
E okay.


C’è un problema.

Di scrittura debole.


Riconosciuto questo, si può comunque apprezzare il pezzo, o l’artista. Apprezzare non deve voler dire fingere che ci piaccia proprio tutto, proprio sempre, o ignorare gli errori, quando ci sono.
Esattamente come, evidenziare una problematicità (e discuterne, farla notare ad altri ed arrabbiarcisi sopra) non dovrebbe voler dire condannare l’intero lavoro di un artista, o direttamente l’artista.
L’incazzatura la capisco, perché fare attivismo, e cercare di fare la propria parte di differenza nel mondo, prosciuga tutta la pazienza che hai – e a volte pure quella che non hai. Ma, oltre l’incazzatura, credo che trasformare questi episodi in discorsi sia sempre più produttivo che trasformarli in un tifo a squadre tra chi accusa e chi difende.

Nel frattempo, se ne avessimo voglia, Twerkiamo.

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