When the music’s over

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“When the music’s over, turn out the lights”. “Quando la musica sarà finita, spegnete le luci”, cantava Jim Morrison in un brano capolavoro dei Doors. Un testo che oggi sembra quasi spettrale nel suo descrivere la nudità quasi blasfema di un mondo senza palchi, senza stadi, senza musica. La musica è cessata, diventata un oggetto esanime e quasi pericoloso, senza che nessuna istituzione nel nostro paese abbia provato a fare il ben che minimo sforzo per restituirle un barlume di luce, di prospettiva, di spettro a lunghissimo raggio.

Eppure in altri paesi sconvolti dal Covid come e forse di più che l’Italia, qualcosa si sta muovendo. Pochi giorni fa a Barcellona, ad esempio, ben 5.000 persone hanno partecipato al primo maxi-evento musicale al mondo post-pandemia, assistendo al concerto dei “Love of lesbian”.

Tutti gli spettatori sono stati sottoposti ad un test-antigenico nella stessa giornata e durante lo spettacolo hanno indossato le mascherine, senza però nessun obbligo di distanziamento. Un evento, è necessario ricordare, che non è stato organizzato da pochi ed improvvidi privati, ma che è rientrato nell’ambito del “Festival per la Cultura Sicura”, iniziativa promossa dalle principali istituzioni catalane con l’obiettivo di valutare se eventi come questi, che raccolgono migliaia di persone, si possano svolgere in sicurezza e se le modalità messe in pratica funzionino.

An attendee holds a lighter during a concert by band Love of Lesbian at Sant Jordi stadium in Barcelona, Spain, on Saturday, March 27, 2021. The public, the staff and the band are part of a mass experiment that organizers say is the largest concert without social distancing of the coronavirus era. Photographer: Angel Garcia/Bloomberg via Getty Images

In Italia, invece, tutto tace. I maxi-tour previsti nel 2021 iniziano a slittare all’anno prossimo, le istituzioni si aggrappano a poche dichiarazioni riguardanti ai ristori, ma non ipotizzano neanche lontanamente una prospettiva a medio termine (in realtà neanche a breve). Domandarsi il perché è lecito, ma rischia di diventare un mero esercizio logico fine a se stesso.

Probabilmente la risposta più vicina al fulcro della questione l’ha fornita Lodo Guenzi sul suo profilo Instagram. In un paese nel quale la “cultura” e soprattutto la “musica” vengono considerate come delle cenerentole dell’indotto rispetto al turismo, continua a permanere l’idea che un palco sia un “privilegio” soltanto per chi lo calca. “Mi pare chiaro che in fondo alla catena alimentare ci siamo noi. Noi, non io – dice il cantante de Lo Stato Sociale – Non quelli che cantano a Sanremo, non quelli che pubblicano i dischi, non quelli che hanno siae e royalties. Quelli che montano i palchi, quelli che spostano i case, quelli che aprono le serrande, quelli che guidano i furgoni. Quelli che adesso cercano altri lavori, vendono strumenti e mezzi, fanno i debiti o si lasciano andare. Vite nascoste dietro l’equivoco che accendere un palco serva a far sentire figo chi ci sale sopra e non a dare una vita dignitosa a centinaia di migliaia di famiglie dietro a quelli che il palco l’hanno messo su. Ancora una volta gli ultimi ad avere una prospettiva in un mondo in cui saremo gli ultimi ad uscire dalla crisi”.

Considerare la musica come un privilegio significa spazzarne via oltre al significato morale ed educativo, anche il valore economico. Aspettare che siano pochi virtuosi privati a fare il primo passo rischia di essere un conto alla rovescia verso l’estinzione, una fra le più dolorose eutanasie della storia.
Sì , un’eutanasia, perché non solo non ci si muove per accendere le luci, ma si rischia proprio di staccare la spina, credendo ancora una volta nelle capacità dei singoli di rialzarsi.

Una speranza, allo stato dei fatti, impossibile. Perché la musica, citando ancora la canzone dei Doors è stata “devastata e saccheggiata, strappata e colpita, attaccata nelle viscere con i coltelli, incatenata e trascinata a fondo”.

L’unica speranza è che qualcuno inizi ad ascoltare “l’urlo di questa farfalla” prima che tutti affondino in un grande sonno.

Senza fine.

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